La consigliera di minoranza punta il dito anche sul nuovo progetto dopo i tanti problemi che già si registano all'asta del pesce e, nel complesso, su tutto il progetto di riqualificazione della zona nord del porto: "La nuova sede non rispetta i canoni minimo, un progetto su carta per un 'modus operandi' fatto di assenza di confronto"
“Inclusione”, “coesione” e “comunità”. Queste le parole che si leggono nel progetto del Waterfront con cui l’amministrazione intende riqualificare la zona nord del porto della città, ma “la realtà che si sta consumando sia sul mercato ittico, sia sugli spazi realizzati, racconta una storia diametralmente opposta, fatta di esclusione e scollamento della realtà”. A dichiararlo è la consigliera comunale Simona Barba (Avs-Radici in Comune) che torna a parlare del problema che si registra all’asta del pesce e su cui già, insieme a Sinistra Italiana, si era espressa annunciando una commissione Controllo e garanzia e battaglia in consiglio in vista dell’approvazione del bilancio su cui la discussione inizierà il 12 gennaio. “Ancora una volta, come già denunciato per altri interventi ‘vetrina’, ci troviamo di fronte all'incapacità cronica di coniugare la spesa dei fondi pubblici con la qualità della progettazione”, afferma Barba. “L'amministrazione ha portato avanti un intervento milionario senza mai interrogarsi sulla sua reale funzionalità e praticabilità. La nuova sede individuata per lo spostamento del mercato a oggi non rispetta i requisiti minimi operativi: è un contenitore pensato sulla carta, astratto dalle necessità di chi quel lavoro lo svolge ogni giorno”, sostiene puntando il dito quindi anche sul nuovo mercato che tra circa tre mesi dovrebbe diventare operativo e che fornirà un software nuovo che dovrebbe risolvere tutti i problemi delle aste con in più dei lavori di ulteriore ampliamento delle zone refrigerate così come chiesto dagli armatori e possibili grazie ai fondi Fsc messi dalla Regione. “È la conferma di un modus operandi che abbiamo già visto – commenta Barba -: l'approccio del ‘fare senza sapere cosa e perché’, dove l'obiettivo è spendere i soldi non risolvendo problemi e anzi, come in questo caso, aumentandoli. Invece di ‘ridurre situazioni di emarginazione’, come promette il titolo del finanziamento, si sta creando una nuova marginalità economica, mettendo in crisi un intero comparto produttivo, quello della marineria”, incalza. “La gravità politica sta nell’assenza sia di controllo (ricordiamo che l’intervento è stato portato avanti sotto il dirigente Trisi) sia di partecipazione. La marineria, soggetto titolare di quel ‘sapere pratico’ indispensabile per evitare errori, non è stata coinvolta. Si è preferito procedere calando dall'alto soluzioni tecniche inadeguate che oggi si rivelano per quello che sono: un disastro, questo sì, pianificato”, dichiara ancora Barba. “Il risultato del Waterfront tutto diventa un controsenso di sapore amaro: utilizziamo il debito del pnrr, che le future generazioni dovranno ripagare, non per costruire infrastrutture resilienti e moderne, ma per smantellare un servizi pubblici: nessun adeguamento per la resilienza climatica con le piazze di cemento a palmeto, rifacimento di una pista ciclabile con soluzioni solo estetiche, fino ad arrivare al blocco del mercato ittico. Non c'è ‘rigenerazione’ se si distrugge il tessuto lavorativo; non c'è ‘coesione’ se si ignorano i lavoratori e -conclude la consigliera di minoranza -, non c’è resilienza se la progettazione degli spazi pubblici è antica e desueta”.